A 11 anni ho avuto la fortuna di incontrare chi mi ha fatto conoscere Dio Amore, facendone l’Ideale della nostra vita.
Visti i gravi problemi che ha attraversato il Burundi dagli anni detti dell’indipendenza fino ad oggi, mi rendo conto che, se sono ancora vivo, lo devo a questo Ideale. L’arte dell’amore cristiano è stata la mia forza e la mia luce in ogni circostanza. Una sera, dopo una pioggia torrenziale, sono uscito da casa in periferia per andare in città. All’improvviso ho visto un soldato bagnato dalla testa ai piedi che sembrava smarrito. Era notte e non c’era illuminazione pubblica. La prima reazione è stata quella di non fidarmi e tirare diritto perché – lo sappiamo – i militari riescono sempre a ritrovare la loro strada. Inoltre, aveva un fucile con sé. Nel momento preciso in cui stavo decidendo di allontanarmi, mi ha chiamato e chiesto aiuto dicendomi che si era perso. Era talmente ubriaco da non poter camminare senza appoggiarsi a stento sul suo fucile. Ho capito che non dovevo far caso se era dell’altra etnia, ma solo considerare che era a Gesù che avrei rifiutato il mio aiuto. Così l’ho accompagnato.
In fondo alla strada c’erano due ponti da attraversare, fatti di tronchi di alberi. Lui non ce la faceva e ha cominciato a gridare, sedendosi sui tronchi. Mi è passato per la mente che quei soldati sono senza pietà. Ma un’altra voce mi suggeriva che non tutti sono così e che, senza il mio aiuto, avrebbe rischiato di precipitare nel fiume. E così con una mano gli ho sorretto il braccio e con l’altra il fucile. Arrivati in città non saprei dirvi ciò che gli altri hanno pensato, ma lui mi ha ringraziato ed anch’io ero contento.
Dieudonné, Burundi
