11 ottobre 2026 – 28ª domenica t. ord.
Isaia 25,6-10a / Filippesi 4,12-14.19-20 / Matteo 22,1-14
È una parabola un po’ strana quella che ci propone oggi il Vangelo. Chi ha mai visto rifiutare un invito come questo? Di solito la gente ci tiene ad essere invitata in casa di personaggi importanti. Figuriamoci, poi, essere invitati alle nozze del figlio del re! Ma sappiamo che le parabole del Vangelo rappresentano un genere di linguaggio particolare, misterioso e ricco di significato nello stesso tempo. Così, questa parabola può essere letta in diverse prospettive.
a) Per un verso si riferisce al fatto che la «lieta notizia» portata da Gesù fu accolta con gioia dalla «gente di strada» mentre le «persone di riguardo» non accolsero l’invito di Dio rappresentato dalla sua parola.
b) Per altro verso non è difficile riconoscere nei primi invitati alle nozze tutti quegli Israeliti che non riconobbero in Gesù il «Messia» atteso; mentre gli invitati di ripiego, raccolti «ai crocicchi delle strade», rappresentano i pagani che accolsero la fede ed entrarono nella Chiesa.
c) La finale della parabola costituisce poi, a sua volta, un’altra piccola parabola inserita nella prima, per dire che non basta far parte della Chiesa per essere sicuri della propria salvezza: occorre quell’«abito nuziale» che consiste nel «rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera» (Ef 4,24). In parole povere: non basta essere nominalmente «cristiani»; bisogna vivere come il Vangelo insegna.
Ma vorrei richiamare l’attenzione su un altro aspetto della parabola: l’immagine stessa del «banchetto», che Gesù utilizza. Un pranzo di festa, fatto «di cibi succulenti e di vini raffinati» (1a lettura), uno stare insieme in amicizia e allegria mangiando e bevendo: è proprio questa l’immagine più usuale con cui la Bibbia dice qual è il progetto di Dio a nostro riguardo, il suo «invito», la sua offerta a tutti gli uomini.
La cosa può anche apparirci «poco spirituale», ma è così. E non si tratta affatto di «un’idea da Antico Testamento», visto che la ritroviamo tale e quale nel Vangelo. Ancora nell’ultima cena, ai discepoli che «hanno perseverato con lui» nelle sue prove, Gesù dirà: «Io preparo per voi un regno… perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno» (Lc 22,28-29). E l’angelo dell’Apocalisse esclama: «Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello!» (Ap 19,9).
A volte forse noi ci facciamo un’idea troppo austera di Dio… C’è chi immagina il «paradiso» come una cosa noiosa… Ma il difetto sta nella nostra fantasia, non in Dio. Stare con Dio è una festa, una festa che non finisce mai, una festa che non stanca mai. Peccato che tanta gente non ci creda o non lo capisca… E così si rinnova – moltiplicato migliaia e milioni di volte – proprio il fatto strano della parabola: uno splendido invito, rifiutato in nome di piccole cose che, a pensarci bene, non valgono poi un granché. Così il messaggio del Vangelo, che annuncia e che porta l’invito di Dio alla festosa comunione di vita con lui, nella nostra società risuona spesso come un invito non accolto, privo di interesse. Come se non valesse neanche la pena di pensarci. Ma non sarà anche un po’ colpa nostra, di noi «praticanti», se tanta gente dimostra tanta indifferenza nei confronti della fede cristiana? Non sarà anche colpa del poco entusiasmo che spesso dimostriamo noi che ci diciamo credenti? Per esempio: quando ci troviamo in chiesa per la Messa della domenica, diamo l’idea di gente contenta di vivere, di credere in Cristo e di stare insieme? Oppure abbiamo la faccia di gente imbronciata, di cattivo umore?
Nella celebrazione eucaristica dovrebbe vedersi la gioiosa speranza che abita il cuore di chi crede in Cristo, poiché l’Eucaristia «prefigura e anticipa il convito escatologico nel regno del Padre» (Cfr Eucharisticum Mysterium, 3), come ci viene ricordato anche nella formula che precede immediatamente la comunione: «Beati gli invitati alla cena del Signore!».
